La classifica di Guitar World sui grandi chitarristi è utile perché mette insieme rock da stadio, blues, shred, sperimentazione e songwriting in un unico quadro leggibile. Per chi segue la musica in Italia, è anche un buon modo per capire perché certi nomi tornano sempre quando si parla di suono, riff e influenza. Io la leggo come una mappa di impatto culturale, non come una sentenza definitiva, ed è proprio per questo che vale la pena analizzarla bene.
Cosa devi sapere prima di leggere la top 100
- La classifica nasce da una shortlist di oltre 250 chitarristi ed è stata ridotta a 170 nomi effettivamente considerati.
- Guitar World ha diviso i candidati in 6 categorie, con un peso forte del voto dei lettori.
- 80 posizioni su 100 arrivano dal processo di voto, mentre altre figure compaiono nelle sezioni extra e nei nomi “also in the running”.
- Il podio premia non solo la tecnica, ma anche suono, scrittura e influenza storica.
- La lista è molto utile come guida d’ascolto, ma non va trattata come una graduatoria matematica.
Come leggere i 100 migliori chitarristi secondo Guitar World
La parte più interessante non è il numero finale, ma il metodo. Guitar World ha costruito la lista partendo da una shortlist molto ampia e ha poi lasciato che il pubblico votasse dentro categorie ben definite, così da non schiacciare tutto sul solo rock classico. Il risultato è una classifica che parla di gusto collettivo, memoria storica e identità sonora molto più che di pura competizione tecnica.
| Elemento | Dato | Perché conta |
|---|---|---|
| Shortlist iniziale | Oltre 250 nomi | Seleziona solo i candidati davvero influenti |
| Candidati effettivi | 170 chitarristi | Rende la comparazione più ampia, ma ancora gestibile |
| Categorie | 6 | Classic rock, blues, heavy metal, shred, indie/alternative, best right now |
| Posizioni decise dal voto | 80 su 100 | Mostra quanto pesi il giudizio dei lettori |
| Sezioni extra | Early innovators, trailblazers, acoustic, jazz/fusion | Allarga il quadro oltre il solo canone rock |
Io la leggo così: la classifica premia chi ha cambiato il modo in cui si scrivono riff, si cerca un timbro o si pensa un assolo, non solo chi ha suonato più note. Questo è il motivo per cui il podio ha un peso quasi pedagogico, e ci porta subito alla domanda più concreta: chi sta davvero in alto e perché.

Chi domina la top 10 e perché
Se vuoi capire il senso della classifica senza perderti nei dettagli, parti dal podio e dai primi dieci nomi. Qui trovi quasi un manuale compatto della chitarra rock moderna: melodia, innovazione, riff, tono e presenza scenica. La cosa importante è che ogni posto racconta una funzione diversa del chitarrista dentro la musica.
| Posizione | Chitarrista | Perché conta |
|---|---|---|
| 1 | Brian May | Melodia cantabile, costruzione orchestrale e suono immediatamente riconoscibile con la Red Special |
| 2 | Jimi Hendrix | Rivoluzione del linguaggio elettrico, feedback, wah e psichedelia trasformati in espressione personale |
| 3 | Jimmy Page | Riff monumentali, produzione visionaria e gusto per la sperimentazione dentro Led Zeppelin |
| 4 | Eddie Van Halen | Tapping, Brown Tone e spettacolarità tecnica resi parte di un lessico rock personale |
| 5 | Eric Clapton | Blues britannico, woman tone e fraseggio che ha segnato più generazioni |
| 6 | David Gilmour | Sustain, spazio e intensità emotiva, con una lezione rarissima su come far respirare una nota |
| 7 | Ritchie Blackmore | Riff più duri, tensione classicheggiante e un impatto enorme sullo sviluppo dell’hard rock |
| 8 | Alex Lifeson | Prog accessibile, armonie intelligenti e attenzione melodica dentro strutture complesse |
| 9 | Jeff Beck | Controllo dinamico, uso espressivo della leva e libertà totale nel trattare la chitarra |
| 10 | Slash | Attitudine rock immediata, fraseggio memorabile e capacità di far cantare i lead |
Il messaggio è chiaro: la classifica non premia solo la velocità o il virtuosismo. Premia chi ha definito un linguaggio, chi ha reso riconoscibile un suono al primo attacco e chi ha saputo trasformare il proprio stile in una firma. Ed è qui che diventano interessanti i nomi oltre la top 10.
I nomi che raccontano la parte più ricca della lista
Dal n.11 in poi il ranking smette di essere una semplice gerarchia e diventa una mappa del gusto di Guitar World. Qui emergono chitarristi che hanno lasciato un segno diverso, spesso meno appariscente, ma decisivo quando si misura l’impatto reale su altri musicisti e su interi generi.
Blues, sustain e vibrazione
Gary Moore, Billy Gibbons, Duane Allman, Joe Walsh e Keith Richards rappresentano un’idea di chitarra che si riconosce al primo colpo. Il valore non sta nella quantità di note, ma nel modo in cui una sola frase resta attaccata alla canzone. È per questo che questi nomi continuano a pesare, anche quando il dibattito si sposta su epoche più recenti o su tecniche più estreme.
Autori prima che solisti
Frank Zappa, George Harrison, Pete Townshend, Lindsey Buckingham, Steve Howe, Peter Frampton e Joe Perry ricordano che la chitarra non serve solo a stupire. Serve a far avanzare una band, a dare forma a un ritornello, a sostenere un’identità. In molti casi è proprio questa qualità, più della pura bravura, a far durare una canzone.
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Gli sperimentatori che alzano il livello della discussione
Jeff Beck, Robert Fripp, The Edge, Ry Cooder, Jerry Garcia, Steve Hackett, Mick Taylor, Andy Summers e Neal Schon mostrano la parte più interessante della lista: la chitarra come ambiente, architettura, colore o grammatica ritmica. Sono nomi che spostano la domanda da “quanto sei bravo?” a “che cosa hai inventato?”.
Questa varietà spiega perché la classifica sia molto più ricca di quanto sembri a una prima occhiata, e prepara il punto su cui conviene essere onesti: i suoi limiti.
Perché la classifica divide e dove va letta con cautela
Io non la userei mai per stabilire un vincitore assoluto in senso matematico. È una classifica votata dai lettori e filtrata da una redazione, quindi riflette gusti, generazioni, nostalgia e peso culturale tanto quanto la pura esecuzione. In altre parole, è molto più vicina a una fotografia del canone rock che a un test oggettivo di bravura.
- Conta il peso storico più della sola pulizia tecnica.
- Conta il suono riconoscibile più della velocità fine a se stessa.
- Conta la canzone tanto quanto il solo.
- Conta soprattutto il canone rock angloamericano, anche se il perimetro si allarga ad altri generi.
- Le sotto-categorie aiutano, ma non cancellano del tutto i bias del formato.
Per un lettore italiano questo è importante, perché evita una trappola classica: prendere la top 100 come tribunale invece che come strumento di lettura. Se la tratti come una guida culturale, diventa molto più utile e molto meno prevedibile.
Da qui il passo successivo è semplice: usare questa lista per ascoltare meglio, non per discutere soltanto di posizioni.
Come trasformare la top 100 in un percorso d’ascolto che vale davvero
Se vuoi ricavarne qualcosa di concreto, io partirei da quattro percorsi molto semplici: riff, suono, scrittura e sperimentazione. In pratica, smetti di chiederti chi sia “il migliore” in astratto e chiediti quale problema musicale vuoi capire meglio.
- Per i riff: Jimmy Page, Ritchie Blackmore, Keith Richards e Tony Iommi sono un manuale di impatto immediato.
- Per il suono: Brian May, David Gilmour, Jeff Beck ed Eric Clapton mostrano quanto il timbro possa diventare identità.
- Per la scrittura: George Harrison, Pete Townshend e Lindsey Buckingham spiegano come la chitarra serva la canzone invece di dominarla.
- Per la ricerca: Frank Zappa, Robert Fripp e The Edge mostrano cosa succede quando la chitarra diventa un laboratorio.
Letta così, la top 100 di Guitar World non è una lista da memorizzare ma una guida per ascoltare meglio: meno graduatoria, più mappa. E se il tuo obiettivo è capire davvero dove passa la storia della chitarra moderna, è esattamente il tipo di mappa che vale la pena tenere aperta.